Introduzione al Vangelo secondo Matteo

Simboli-degli-evangelistiIl Vangelo secondo Matteo è il primo Vangelo canonico del NT. Fin dai primi secoli del Cristianesimo ha avuto molto successo nelle Comunità Cristiane poiché si presenta come una vera e propria catechesi completa sulla vita e sull’Annuncio del messaggio di Cristo, per ciò stesso, quindi, è divenuto per la Chiesa un costante punto di riferimento per lo svolgimento della sua vita e della sua missione. Il Vangelo secondo MT è stato redatto tra il 75-85 d. C. da un Giudeo-cristiano, molto probabilmente nella città di Antiochia (?).

A sostengo del periodo di redazione del Vangelo secondo Mt abbiamo due elementi considerevoli:

  1. a) in Mt 22,7 sembra ci sia una chiara allusione alla distruzione del Tempio di Gerusalemme come già avvenuta, quindi l’opera non può essere stata scritta prima del 70 d. C;
  2. b) in una lettera di Ignazio di Antiochia indirizzata alla comunità di Smirne, sembra ci sia una citazione del Vangelo di Mt, la lettera è databile intorno al 110 d. C.

La tradizione cristiana, inoltre, per molto tempo riteneva che l’opera matteana fosse stata redatta da Matteo Levi (il pubblicano) Apostolo del Signore, ma per la scarsità nell’opera stessa di ricordi e allusioni personali dell’autore, da molti esegeti odierni tale ipotesi risulta inverosimile.

Detto questo, passiamo ora ad offrire una struttura generale del Vangelo secondo Matteo che secondo la maggior parte degli studiosi può essere così strutturato:

 

  • Cinque discorsi di Gesù (Cf. cc. 5-7;10;13;18;23-25);
  • Narrazione degli eventi della sua vita (Cf. cc. 1-4;8-9;11-12;14-17;19-22;26-28).

“Dio si Rivela ai semplici” [Mt 11,25-30]

Delimitazione del testo

La pericope su cui ci soffermeremo, nel Vangelo secondo Matteo, è inserita nei capitoli che tratteggiano la narrazione dello svolgimento della vita del Signore. Nei versetti precedenti del capitolo 11, assistiamo ad un Gesù che va in missione, in giro per le città della Palestina, a predicare il Regno di Dio. Dopodiché, vi è un elogio della figura del Battista e anche un’esortazione da parte di Gesù, ai destinatari del suo Annuncio, a rendersi conto della Grazia particolare di cui sono stati fatti oggetto ed ossia, quella di essere i suoi interlocutori, gli interlocutori dell’Inviato del Padre che è nel Padre (Cf. Gv 1,1-18).

Nei vv. 25-30 poi, notiamo un cambiamento totale di scena, introdotto dalla formula evangelica: “In quel tempo” che nei Vangeli indica un passaggio da un insegnamento di Gesù ad un altro, quindi sta per iniziare una narrazione nuova, Gesù sta per rivelare qualcosa di importante intorno a Dio e intorno alla salvezza dell’uomo. Oltre ciò, vi è anche un cambiamento di tono, infatti nei versetti precedenti notiamo un tono ammonitivo da parte di Gesù nei confronti delle città che si erano rifiutiate di accogliere il suo Annuncio, malgrado l’evidenza della veridicità del suo insegnamento attestata dai prodigi che Egli aveva compiuto. In questa pericope invece, Gesù sembra placarsi, addolcirsi, e rivolgersi con giubilo e stupore al Padre Celeste, lodandolo per la sua magnificenza e per la maestosità delle sue meraviglie che da sempre opera in favore dell’umanità. Dopo questa episodio, che termina con un tono esortativo, ritorna la formula introduttiva evangelica: “In quel tempo”, per condurre i lettori in un altro evento della vicenda terrena del Cristo (Cf. 12,1)[1].

Riflessione

Questo brano del Vangelo. agli studiosi nel corso dei secoli, è apparso sempre più come una meteora giovannea cascata nella redazione matteana. In effetti, Gesù elogia il Padre per essersi rivelato ai piccoli, agli ultimi, ai semplici, agli anawim di Jahvè: categoria di persone che non avevano alcun altro Bene nella loro vita e alcuna altra ricchezza all’infuori di Dio. Dopodiché, Gesù si definisce Rivelatore ultimo dell’essenza del Padre, è Lui l’Esegeta per eccellenza di Dio, perché è in Dio, viene da Dio, è il suo Unigenito Figlio. Questo tema è abbondantemente sviluppato e trattato dal agiografo del IV Vangelo (Cf. Vangelo secondo Giovanni). Gesù vive un rapporto unico e privilegiato col Padre, lo “conosce” che in termini Biblici indica l’appartenenza intima di Gesù al Padre e il Padre conosce il Figlio, ed attira gli uomini al Figlio affinché, il Figlio li ammaestri secondo il suo Volere. Gesù è allo stesso livello di Dio, il Padre gli ha dato Sovranità sopra ogni cosa, sull’intero Universo (Cf. Col 1,8-15; Fil 25,6-11; Ef 1; Gv 14,6.1,1-18), affinché conduca gli uomini e l’umanità intera, alla partecipazione della sua stessa vita. Infine, Gesù invita i suoi interlocutori e con essi, i discepoli di tutti i tempi, a seguirlo, ad imitarlo per realizzare pienamente il progetto del Padre, che in ultima analisi vuole e desidera la salvezza di tutti. L’umiltà di cuore di cui Gesù ci invita a praticare, significa rendersi capaci di amare e di amare fino in fondo, accogliendo le varie vicissitudini della vita buone o cattive che siano, senza mai disperare, ma confidare sempre ed esclusivamente in Dio. Il Dio della Bibbia è un Dio buono, è Padre e quindi per ciò stesso non potrà far mancare mai il suo sostegno e il suo supporto, a coloro che vogliono accoglierlo e seguirlo, per poter vivere da figli suoi. Per fare ciò e per farlo bene siamo esortati e chiamati a guardare a Gesù stesso, suo Figlio legittimo e ad imitarne nella nostra vita le sue virtù e le sue gesta. Imitare Cristo e prendere il suo giogo sopra di noi, significa affrontare ogni situazione della nostra vita, vivendo in Cristo, “L’essere in Cristo” di cui ci parla l’apostolo Paolo nelle sue lettere. Gesù ha amato il Padre fino alla fine, non ha esitato ad offrire la sua Vita per la Causa del Padre, ha confidato pienamente nel Padre, si è di Lui fidato ed alla fine è ed è stato Resuscitato. Così facendo, Cristo ha dimostrato amore infinito anche all’umanità, amando Dio con tutto se stesso ha amato e salvato anche l’umanità. Questo in definitiva significa essere Cristiani, i Cristiani si distinguono non per la forma di culto, ma per l’autenticità dell’amore a Dio che possano rendere visibile e tangibile nell’Amore che mostrano agli altri, ai fratelli e alle sorelle, a tutti, escluso nessuno. Per fare questo dobbiamo esercitarci solo ed esclusivamente a “Rimanere in Cristo”, perché è Lui che ci Guida, ci ammaestra, ci fortifica e ci conduce.

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.” (Cf. Gv 15,1-10).

Scritto da

Giuseppe Lubrino

[1] Per un approfondimento consulta: E. Borghi, Il cuore della Giustizia. Vivere il Vangelo secondo Matteo. Edizioni Paoline, 2011.

Introduzione al Vangelo secondo Matteoultima modifica: 2017-02-14T16:15:51+01:00da giardinobiblico
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