“Non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,1-11)

627px-Duccio_di_Buoninsegna_040Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane».  Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio
».
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio  e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,
ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,
perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede
».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:  «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo
e a lui solo rendi culto
».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

 

Riflessione

Proseguendo il nostro ciclo di riflessioni sul Vangelo secondo Matteo proponiamo la pericope evangelica che ci narra delle tentazioni di Gesù nel deserto. Questo brano del vangelo è molto conosciuto e dalla Chiesa è sempre letto e meditato nel periodo quaresimale. Una caratteristica con cui ci viene presentato il volto di Gesù, nell’intero vangelo di Matteo, è quella del nuovo Mosè. Le ascendenze bibliche in questa pericope, che richiamano le vicende di Mosè e del popolo di Israele sono molteplici. Gesù come Mosè digiuna quaranta giorni e quaranta notti [Cf. Es 34,28]. Le tentazioni a cui viene sottoposto richiamano quelle che Israele sperimentò nel corso del suo pellegrinaggio nel deserto, verso la terra promessa. Gesù in questo brano incarna la figura del “Giusto” che i libri sapienziali dell’Antico Testamento ci presentano, è assistito dallo Spirito Santo. Una caratteristica tipica dei Vangeli sinottici, è quella di presentarci la vita terrena di Gesù e i momenti salienti del suo ministero pubblico, in compagnia del Padre e dello Spirito Santo. Ciò, in effetti, ci rammenta che la salvezza è opera della Trinità, è opera del Dio della Bibbia.

Gesù, pertanto, in quanto nuovo Adamo anziché lasciarsi sopraffare, vince le tentazioni e obbedisce al Padre. Essenzialmente sono tre le tentazioni a cui viene sottoposto dall’avversario:

  • Cercare il proprio sostentamento, l’essenziale per la propria vita, mettendo da parte totalmente Dio; in altre parole, vivere la propria vita come se Dio non ci fosse;
  • mettere alla prova Dio pur di affermare sé stesso e il proprio ego;
  • rinnegare Dio per seguire falsi dèi che procurano il potere in questo mondo.

Da come si evince dal testo queste tentazioni a cui Gesù viene sottoposto dal diavolo nel deserto, possano essere paragonate alle tentazioni che da sempre abitano il cuore dell’uomo. Ora i cristiani in virtù dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana: battesimo, cresima e eucarestia, vengono incorporati a Cristo e devono fare propri i suoi atteggiamenti e sentimenti, per potersi spogliare dagli abiti degli uomini vecchi, (Vita prima della conversione) e per potersi rivestire con abiti dei figli di Dio (Vita dopo l’incontro con Cristo) [Cf. Fil 2,6-11; Ef 4,17-31; Col 2,12].

 Del resto, attraverso le risposte che Gesù dà al “serpente” ci è possibile cogliere, nelle parole del Signore, una forte critica all’estremizzazione della vita materiale. Oggi, infatti, la nostra vita sembra essere incentrata essenzialmente sulle cose materiali, il consumismo di cui è vittima il nostro tempo, ne è una prova evidente. Si vive di “solo pane”, si basa la nostra esistenza esclusivamente su quello che si vede: cura del corpo, dell’abbigliamento, dell’esteriorità, utilizzo sregolato dei social, relazioni campate in aria… Ovviamente, il Vangelo non è affatto in contrapposizione a tutte queste cose, che se svolte nella giusta misura sono fondamentali e importanti. Il Vangelo, per lo più, condanna le assolutizzazioni: spesso noi viviamo esclusivamente e soltanto per le cose materiali, illudendoci di poter colmare la sete del nostro cuore, solo attraverso il tangibile e il calcolabile. Gesù ci ricorda in questo brano, che noi non siamo fatti solo di questo, l’orizzonte della nostra vita è più ampio e più allargato. Le dimensioni del nostro cuore, vanno ben oltre i confini del sensibile e del visibile, noi siamo fatti principalmente per amare. Siamo creature di Dio, fatte a sua immagine e somiglianza, lo scopo della nostra vita è quello di riconoscerlo, di servirlo negli altri. Tutte le volte che l’essere umano si chiude a questa dimensione costitutiva della propria esistenza, va incontro al malessere, al fallimento e, diviene preda dell’angoscia.

Quante volte siamo tentati di prenderci cura della nostra esteriorità, ledendoci poi totalmente dentro? Parimenti, quante volte siamo tentati di basare la nostra vita, la nostra quotidianità, mettendo Dio da parte, escludendolo e confidando esclusivamente nelle nostre capacità razionali? E ancora, quante altre volte, crediamo che stringendo alleanze (particolari) possiamo migliorare la nostra esistenza e posizione sociale, in termini di potere, di notorietà e via discorrendo?!

Ebbene, il Vangelo ci esorta ad un riordinamento della nostra vita, ci invita a mirare all’essenziale e ci ricorda che non siamo fatti solo di ciò che si vede dall’esterno, ma abbiamo un mondo interiore all’interno di cui dobbiamo prendercene cura, se vogliamo davvero vivere da uomini e donne liberi e sereni. Il male è una realtà evidente e scandisce la nostra esistenza inesorabilmente. Il Vangelo, tuttavia, ci suggerisce delle scelte da compiere per vincere il male e vivere nel bene, secondo il volere di Dio. La vita dell’uomo e la sua piena realizzazione, dunque, secondo il Vangelo, non consiste nel procurarsi le ricchezze materiali, tanto meno nello stringere rapporti che gli procurano fama e successo, né nella cura ossessiva di sé stessi e nell’affermazione del proprio io. La vita dell’uomo è bene orientata se quest’ultimo, si rende docile e si apre all’ascolto della Parola di Dio.

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.
Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere. [Sal 1,1-3].

 

Scritto da

Giuseppe Lubrino

 

Introduzione al Vangelo secondo Matteo

Simboli-degli-evangelistiIl Vangelo secondo Matteo è il primo Vangelo canonico del NT. Fin dai primi secoli del Cristianesimo ha avuto molto successo nelle Comunità Cristiane poiché si presenta come una vera e propria catechesi completa sulla vita e sull’Annuncio del messaggio di Cristo, per ciò stesso, quindi, è divenuto per la Chiesa un costante punto di riferimento per lo svolgimento della sua vita e della sua missione. Il Vangelo secondo MT è stato redatto tra il 75-85 d. C. da un Giudeo-cristiano, molto probabilmente nella città di Antiochia (?).

A sostengo del periodo di redazione del Vangelo secondo Mt abbiamo due elementi considerevoli:

  1. a) in Mt 22,7 sembra ci sia una chiara allusione alla distruzione del Tempio di Gerusalemme come già avvenuta, quindi l’opera non può essere stata scritta prima del 70 d. C;
  2. b) in una lettera di Ignazio di Antiochia indirizzata alla comunità di Smirne, sembra ci sia una citazione del Vangelo di Mt, la lettera è databile intorno al 110 d. C.

La tradizione cristiana, inoltre, per molto tempo riteneva che l’opera matteana fosse stata redatta da Matteo Levi (il pubblicano) Apostolo del Signore, ma per la scarsità nell’opera stessa di ricordi e allusioni personali dell’autore, da molti esegeti odierni tale ipotesi risulta inverosimile.

Detto questo, passiamo ora ad offrire una struttura generale del Vangelo secondo Matteo che secondo la maggior parte degli studiosi può essere così strutturato:

 

  • Cinque discorsi di Gesù (Cf. cc. 5-7;10;13;18;23-25);
  • Narrazione degli eventi della sua vita (Cf. cc. 1-4;8-9;11-12;14-17;19-22;26-28).

“Dio si Rivela ai semplici” [Mt 11,25-30]

Delimitazione del testo

La pericope su cui ci soffermeremo, nel Vangelo secondo Matteo, è inserita nei capitoli che tratteggiano la narrazione dello svolgimento della vita del Signore. Nei versetti precedenti del capitolo 11, assistiamo ad un Gesù che va in missione, in giro per le città della Palestina, a predicare il Regno di Dio. Dopodiché, vi è un elogio della figura del Battista e anche un’esortazione da parte di Gesù, ai destinatari del suo Annuncio, a rendersi conto della Grazia particolare di cui sono stati fatti oggetto ed ossia, quella di essere i suoi interlocutori, gli interlocutori dell’Inviato del Padre che è nel Padre (Cf. Gv 1,1-18).

Nei vv. 25-30 poi, notiamo un cambiamento totale di scena, introdotto dalla formula evangelica: “In quel tempo” che nei Vangeli indica un passaggio da un insegnamento di Gesù ad un altro, quindi sta per iniziare una narrazione nuova, Gesù sta per rivelare qualcosa di importante intorno a Dio e intorno alla salvezza dell’uomo. Oltre ciò, vi è anche un cambiamento di tono, infatti nei versetti precedenti notiamo un tono ammonitivo da parte di Gesù nei confronti delle città che si erano rifiutiate di accogliere il suo Annuncio, malgrado l’evidenza della veridicità del suo insegnamento attestata dai prodigi che Egli aveva compiuto. In questa pericope invece, Gesù sembra placarsi, addolcirsi, e rivolgersi con giubilo e stupore al Padre Celeste, lodandolo per la sua magnificenza e per la maestosità delle sue meraviglie che da sempre opera in favore dell’umanità. Dopo questa episodio, che termina con un tono esortativo, ritorna la formula introduttiva evangelica: “In quel tempo”, per condurre i lettori in un altro evento della vicenda terrena del Cristo (Cf. 12,1)[1].

Riflessione

Questo brano del Vangelo. agli studiosi nel corso dei secoli, è apparso sempre più come una meteora giovannea cascata nella redazione matteana. In effetti, Gesù elogia il Padre per essersi rivelato ai piccoli, agli ultimi, ai semplici, agli anawim di Jahvè: categoria di persone che non avevano alcun altro Bene nella loro vita e alcuna altra ricchezza all’infuori di Dio. Dopodiché, Gesù si definisce Rivelatore ultimo dell’essenza del Padre, è Lui l’Esegeta per eccellenza di Dio, perché è in Dio, viene da Dio, è il suo Unigenito Figlio. Questo tema è abbondantemente sviluppato e trattato dal agiografo del IV Vangelo (Cf. Vangelo secondo Giovanni). Gesù vive un rapporto unico e privilegiato col Padre, lo “conosce” che in termini Biblici indica l’appartenenza intima di Gesù al Padre e il Padre conosce il Figlio, ed attira gli uomini al Figlio affinché, il Figlio li ammaestri secondo il suo Volere. Gesù è allo stesso livello di Dio, il Padre gli ha dato Sovranità sopra ogni cosa, sull’intero Universo (Cf. Col 1,8-15; Fil 25,6-11; Ef 1; Gv 14,6.1,1-18), affinché conduca gli uomini e l’umanità intera, alla partecipazione della sua stessa vita. Infine, Gesù invita i suoi interlocutori e con essi, i discepoli di tutti i tempi, a seguirlo, ad imitarlo per realizzare pienamente il progetto del Padre, che in ultima analisi vuole e desidera la salvezza di tutti. L’umiltà di cuore di cui Gesù ci invita a praticare, significa rendersi capaci di amare e di amare fino in fondo, accogliendo le varie vicissitudini della vita buone o cattive che siano, senza mai disperare, ma confidare sempre ed esclusivamente in Dio. Il Dio della Bibbia è un Dio buono, è Padre e quindi per ciò stesso non potrà far mancare mai il suo sostegno e il suo supporto, a coloro che vogliono accoglierlo e seguirlo, per poter vivere da figli suoi. Per fare ciò e per farlo bene siamo esortati e chiamati a guardare a Gesù stesso, suo Figlio legittimo e ad imitarne nella nostra vita le sue virtù e le sue gesta. Imitare Cristo e prendere il suo giogo sopra di noi, significa affrontare ogni situazione della nostra vita, vivendo in Cristo, “L’essere in Cristo” di cui ci parla l’apostolo Paolo nelle sue lettere. Gesù ha amato il Padre fino alla fine, non ha esitato ad offrire la sua Vita per la Causa del Padre, ha confidato pienamente nel Padre, si è di Lui fidato ed alla fine è ed è stato Resuscitato. Così facendo, Cristo ha dimostrato amore infinito anche all’umanità, amando Dio con tutto se stesso ha amato e salvato anche l’umanità. Questo in definitiva significa essere Cristiani, i Cristiani si distinguono non per la forma di culto, ma per l’autenticità dell’amore a Dio che possano rendere visibile e tangibile nell’Amore che mostrano agli altri, ai fratelli e alle sorelle, a tutti, escluso nessuno. Per fare questo dobbiamo esercitarci solo ed esclusivamente a “Rimanere in Cristo”, perché è Lui che ci Guida, ci ammaestra, ci fortifica e ci conduce.

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.” (Cf. Gv 15,1-10).

Scritto da

Giuseppe Lubrino

[1] Per un approfondimento consulta: E. Borghi, Il cuore della Giustizia. Vivere il Vangelo secondo Matteo. Edizioni Paoline, 2011.

Gesù e La Samaritana (Cf. Gv 4,1-42)

 

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In questa pericope (Clicca sul riferimento per leggere il Testo) [Gv 4,1-42 ] del IV Vangelo si racconta dell’incontro di Gesù con una donna della Samaria[1], nella città di Sicar, presso il pozzo di Giacobbe (Cf. Gn 33,18-20; 48,21-22; Gs 24,32). Questo luogo è importante nella Bibbia, poiché in questo luogo Giacobbe eresse un altare a Dio, dunque, il luogo dove Gesù sosta e discute con questa donna, è fin dall’antichità biblica un luogo d’incontro tra Dio e l’essere umano. Inoltre, per ben comprendere questo brano, sono opportune alcune precisazioni, circa il rapporto che al tempo di Gesù c’era tra i giudei e i samaritani.

Questi due popoli erano rivali e vi era tra loro una grande ostilità, la quale affonda le sue radici nell’epoca della Monarchia in Israele (X-IX sec. a. C). Dopo il regno di Salomone vi fu una scissione e il regno d’Israele fu diviso in due parti: Regno di Giuda e Regno di Samaria.

Dopodiché entrambi i regni finirono in esilio fatti prigionieri da popoli potenti stranieri. Il Regno di Giuda (del sud) tra il VII-VI sec. a.C. fu deportato in esilio dalla super potenza Babilonia. Tuttavia, malgrado ciò, conservò in un certo senso intatta e pura la fede in Jahvè, senza contaminarsi con culti idolatrici.  Il Regno di Samaria (nord), invece, fu deportato prigioniero dalla super potenza dell’Assiria nel 721 a.C. Quest’ultimo, durante e dopo l’esilio, si lasciò contaminare da credenze contrarie alla Legge di Jahvè e acquisì una visione sincretista della Religione, pur continuando a credere in Jahvè, sacrificava ad altri dèi stranieri e si corruppe anche nei costumi (Cf. 2Re 17,24-41). Da questa situazione nacque una forte rivalità tra i due popoli che vigeva ancora al tempo di Gesù. Detto questo, quindi, è evidente come l’agire di Gesù nei Vangeli è sempre un agire controcorrente, un andare oltre gli schemi e le consuetudini abitudinarie. Gesù va ed invita ad andare sempre oltre le apparenze, poiché è lì che il più delle volte si cela la verità delle cose, la verità della realtà della vita.

 Prima di addentrarci nel vivo dell’incontro tra Gesù e la donna al pozzo, è degno di nota sottolineare ancora come un’altra caratteristica del Vangelo di Giovanni, sia quella di presentarci Gesù come un pellegrino che va e viene più volte, nel corso del suo ministero pubblico, dalla Giudea alla Galilea e in questo itinerario il passaggio alla Samaria è obbligato. Ciò, inoltre, trova riscontro anche nei Vangeli sinottici dove apprendiamo: 

Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». (Lc 9,58).

Gesù è un viandante che va in giro per la Palestina del suo tempo ad operare il bene (Cf. At 10,38). Gesù, pertanto, giunge al pozzo stanco e si ferma cercando un po di ristoro, alla vista della donna le chiede da bere e poi, con un colpo di scena, le offre lui da bere a lei dell’acqua. (L’acqua nella Bibbia è simbolo di vita, di rinascita, di purificazione). In questa scena, del resto, vi è anche un altro aspetto considerevole, ci viene detto che  era l’ora sesta (che corrisponde alle ore 12-mezzogiorno). Ciò è importante, perché secondo alcuni commentari biblici (Cf. Sant’Agostino)[2], con questa indicazione, l’agiografo vuole dirci che il tempo storico di Gesù, corrisponde alla sesta Era del mondo (a partire da Adamo ed Eva), dunque il tempo di Gesù è il tempo della pienezza, il tempo per eccellenza (cf. Gal 4,4).

La donna rimane scettica alla richiesta di Gesù e lo informa dell’ostilità che intercorre tra i giudei e i samaritani. Il Signore Gesù le dice che se conoscesse il dono di Dio sarebbe lei a chiedere dell’acqua a Lui. Nel Vangelo di Giovanni “il dono di Dio” per eccellenza è lo Spirito Santo, che dischiude agli uomini la verità di Dio e del suo amore, la verità piena (Gv 14,15-16. 26). Dinanzi al parlare apparentemente enigmatico di Gesù, la donna ragiona ancora alla maniera umana e non coglie pienamente le parole del Signore, poiché come emerge chiaramente dal testo, la donna ha una visione della vita molto materiale ed è per lo più imprigionata nella realtà del sensibile, dello sperimentabile, del calcolabile e del concreto e non riesce ad andare oltre. Gesù, tuttavia, non demorde e gradualmente si rivela a Lei, la conduce per mano alla pienezza della verità, così come un padre farebbe per il proprio figlio piccino. Gesù, pertanto, afferma che l’acqua che lui vuole offrirle è acqua che diventerà in Lei sorgente di vita eterna, non è quindi un dono materiale e perciò stesso passeggero, ma è un dono spirituale, viene da Dio e perciò è un dono eterno. La donna esclama: Signore dammi di quest’acqua! Cosicché io non sia costretta a venire ogni giorno a qui a riempirla. Nonostante la donna non coglie ancora pienamente il discorso di Gesù, da questa esclamazione ci è possibile cogliere la fatica della donna, il peso della sua quotidianità., i suoi dubbi e le sue incertezze, le sue paure.  

Quante volte la nostra vita ci appare tormentata dalla fatica del vivere, dalla tristezza della routine in cui spesso ci imprigiona la nostra esistenza quotidiana? 

 Arriviamo al centro della pericope, Gesù per catturare la massima attenzione della donna e per rivelarsi ancora di più a lei, le chiede del marito. Gesù, infatti, in quanto Verbo di Dio (Cf. Gv 1,1-18), sapeva tutto della donna: che di fatto lei aveva avuto cinque mariti e l’uomo con cui stava attualmente non era suo marito legittimo, ma il suo amante. Gesù, quindi, tocca la donna nel profondo del suo cuore, con la sua parola la scuote nella stanza più intima del suo essere, le dice la verità della sua vita, con la sua Parola sanante, la guarisce. La donna così inizia a compiere un primo passo verso Gesù, lo riconosce come Profeta di Dio. Oltre ciò,  la donna non nasconde la sua situazione disagiata al Signore me gliela rivela. È sorprendente notare qui come è all’opera la pedagogia di  Gesù che oltre a dirle la verità sulla sua vita induce la donna stessa a riconoscerla e a confessarla.

Quante volte nel nostro rapporto con Dio, siamo tentati di non dirgli tutta la verità del nostro essere, dei nostri disagi, delle nostre angosce più profonde?

Da questo brano apprendiamo che è conveniente dire sempre tutto al Signore in preghiera e non omettere mai nulla. Una condizione indispensabile per un discepolato autentico è un rapporto vitale e sincero con Dio, da coltivare con la preghiera sia comunitaria che personale.

Dopo ciò, la donna pone a Gesù la questione circa il luogo del vero culto a Dio, facendo riaffiorare la diatriba tra i samaritani e i giudei. I giudei come luogo di culto per eccellenza avevano il Tempio di Gerusalemme, mentre, i samaritani in contrapposizione pregavano Dio sul monte Gerezim. La risposta di Gesù ancora una volta, va oltre le aspettative e stupisce sempre! Gesù, infatti, afferma che né a Gerusalemme, né sul monte, è il luogo adatto per rendere a Dio un culto gradito.  Il vero culto a Dio occorre che gli sia dovuto in spirito e verità.

Da ciò risulta evidente, che per un culto sincero a Dio non conta affatto il luogo fisico, ma è fondamentale, invece, la disposizione del cuore. In “spirito e verità” oltre ad indicarci che Dio non ha forma corporea-materiale, come falsamente si credeva e si crede, ci dice che per pregarlo autenticamente, è opportuno che l’uomo si formi uno spirito contrito (Cf. Sal 50,19; Is 62,2; Dn 3,39). Il culto autentico per il cristianesimo è anche il servizio generoso all’altro, al prossimo, chiunque egli sia. Mettersi al servizio del prossimo, offrire se stessi e il proprio tempo agli altri, è indice di vero amore e ciò non può che essere gradito a Dio (Cf. Rm 12,1). Emerge, inoltre, anche quanto sia fondamentale in questo nostro tempo che i credenti siano educati alla preghiera, occorrono delle vere e proprie scuole di preghiera che aiutano i fedeli ad affrontare con fede e speranza le varie stagioni della vita e a far si che nel cuore dell’uomo contemporaneo non si spenga mai la luce della speranza. 

È nell’interiorità del cuore che Dio abita e grazie al dono dello Spirito Santo i credenti stessi vengono resi tempio di Dio (Cf. 1Cor 3,16-17; Ef 3,16). La verità e, con essa, una visione più spirituale della vita diventano, dunque, una condizione imprescindibile per essere discepoli autentici di Gesù e veri adoratori del Padre. 

Gesù, inoltre, riconosce un certo privilegio ai giudei in merito alla salvezza, ma la estende a tutti. La salvezza offerta da Gesù è valida per tutti gli uomini senza distinzione alcuna, i giudei hanno il privilegio poiché Gesù secondo la carne è disceso dai giudei (Cf. Mt 1).

È interessante, alla luce di ciò, interrogarci noi quale atteggiamento assumiamo nei confronti degli stranieri, dei diversi che incrociamo sul nostro cammino?

La donna continuando il suo colloquio col Signore gli dice della sua speranza circa la venuta del Messia ed è a quel punto che Gesù le dice: “Sono io, che ti parlo”. Il Messia atteso da Israele è Gesù di Nazareth, tuttavia, il suo operato fin da subito va oltre le aspettative del popolo e non si limita esclusivamente ad apportare dei cambiamenti politici e militari, ma mira a cambiare l’esistenza stessa degli uomini, a stravolgere la storia, a rinnovare e trasformare il cuore dell’uomo perché sia reso docile all’azione vivificante dello Spirito per gloria del Padre. Così la donna da incredula quale è e legata ad una visione materiale della vita, si apre alla Parola di Gesù e ne viene completamente trasformata, diventa sua discepola e poi si fa testimone, portando ai suoi concittadini il lieto annunzio, del Salvatore del mondo.

Infine, arrivano i discepoli e vogliono offrire a Gesù del cibo, ma il Signore dice di che il suo cibo è fare la volontà del Padre e annuncia loro il Mistero della sua Passione. Successivamente, con un linguaggio ereditato dall’agricoltura (Parabola), spiega loro la gratuità della Grazia di Dio di cui l’umanità è stata fatta oggetto. I samaritani contrariamente alle previsioni storiche e umane, accolgono il messaggio e la persona di Gesù, riconoscendolo come Figlio di Dio e, di conseguenza, credono nella divinità della sua Persona e si dispongono a ricevere il dono dello Spirito Santo. È per questo che nella Bibbia i samaritani da nemici e infedeli della fede in Jahvè, nei Vangeli vengono indicati come il paradigma del cristiano integro e autentico (Cf. Lc 10,30-36). Dalla acquisizione di questo dato scritturistico, ci è possibile intravedere come l’agire di Dio nella storia sia formidabile e imprevedibile! L’arte di Dio consiste da sempre nel saper scrivere dritto sulle righe storte della storia, nel saper trarre la vittoria dal fallimento proprio degli uomini.

“«Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il SIGNORE.” (Is 55,8).

Scritto da

Giuseppe Lubrino

[1] Per un approfondimento esegetico vedi A. Casalegno, “Perché contemplino la mia Gloria” (Gv 17,24). Introduzione alla teologia del Vangelo di Giovanni, Edizioni san Paolo, 2006.

[2] http://www.cristianicattolici.net/gesu_al_pozzo_di_giacobbe.html [Ultima consultazione 05/02/2017. Ore 13.20].

Introduzione allo Studio e alla lettura della Bibbia

rotolo_bibbiaPremessa

Nel panorama culturale odierno da più parti si fa sempre più forte l’accusa rivolta al Cristianesimo, ed in particolar modo, alla Chiesa Cattolica di aver per secoli nascosto o oscurato chissà quali verità presenti nei libri della Bibbia alle persone, oppure che la Chiesa induce le masse dei suoi fedeli a seguire un libro che tutto sommato dice tutto e il contrario di tutto, quale è la Bibbia. Alla luce di ciò, ci occuperemo di offrire una panoramica generale circa l’approfondimento, lo studio e la lettura della Bibbia. Offriremo notizie di carattere generale circa la composizione letteraria dei libri sacri, poi affronteremo in maniera semplice e breve il discorso dell’ispirazione e definiremo il concetto di Rivelazione alla luce degli studi teologici e dell’insegnamento ufficiale della Chiesa che sarà, in questo caso, una lampada per il nostro cammino. La speranza è quella di riuscire sfatare molti miti e false credenze che riguardo all’autenticità della Bibbia e dell’insegnamento della Chiesa serpeggiano nel nostro contesto socio-culturale, credenze che talvolta sono dettate dalla non informazione o dalla non corretta informazione e altre volte, invece, proprio dalla malafede e dalla diseducazione all’amore per la verità e per la cultura.

Indicazioni generali

La Sacra Scrittura è un insieme di libri che sono stati scritti nell’arco di diversi secoli, convenzionalmente dal IV sec. a.C. al 110 d.C. Essa si suddivide in Antico Testamento (da ora AT) e in Nuovo Testamento (da ora NT); il canone Cattolico raccoglie al suo interno anche i libri cosiddetti deuterocanonici, sono sette libri dell’AT, che furono accolti ufficialmente come Parola di Dio successivamente agli altri testi e questo perché erano scritti prevalentemente in greco e non in ebraico. (alcuni rotoli sono stati trovati nell’originale ebraico solo a partire dal 1947-1956 grazie alla scoperta dei Testi di Qumran). L’ AT lo si può indicare anche con il termine Tanakh di origine ebraica che designa l’intero corpus letterario delle Scritture Ebraiche: Torah (Pentateuco), Neb’im (Profeti) che raccoglie, invece, gli scritti dei profeti. Inoltre, nei Ketuvim troviamo i libri appartenenti al genere letterario sapienziale. L’AT narra della storia di Dio con il popolo di Israele, quindi, è innanzitutto una raccolta di testi improntati sulla fede di un popolo: si propone una finalità soteriologica, ossia salvifica. Nel Pentateuco si racconta la storia delle origini dell’umanità alla luce della fede in Jahvè. In esso, vi è il racconto della Creazione e poi della caduta dei progenitori Adamo ed Eva che, con un atto di disobbedienza a Dio, introdussero il peccato nel cuore del genere umano (Cf. Gn cc.1-3). Successivamente vi è poi la storia dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe (Cf. Gn cc. 12 ss), i quali ricevettero la promessa di una lunga discendenza, da cui si sarebbe poi formato il popolo di Dio, il popolo di Israele e avrebbe ereditato la Terra promessa, simbolo di una vita piena, realizzata e protetta dallo sguardo amoroso di Dio. Tuttavia, il peccato continuò ad albergare nel cuore dell’uomo, malgrado i numerosi e prodigiosi interventi di Jahvè a favore del suo popolo. Nell’Esodo, infatti, si narra della gesta di Mosè e di come collaborò al progetto di Jahvè di liberare Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Tale evento nell’AT è l’evento fondante, l’evento per eccellenza, intorno alla quale ruota tutta la fede e la dottrina della fede biblica. Il libro del Levitico offre delle indicazioni cultuali al popolo di Israele circa il culto autentico e gradito a Jahvè. Il libro dei Numeri, invece, racconta il pellegrinaggio del popolo nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto; il Deuteronomio è una rilettura dell’evento dell’Esodo stesso, che pone però al centro della vita del pio israelita l’obbedienza alla legge mosaica, ai dieci Comandamenti.

I Libri storici raccontano delle vicissitudini del popolo di Israele dopo la schiavitù in Egitto e di come l’intera storia umana sia costantemente scandita da continui fallimenti degli uomini e dal premuroso e incessante aiuto che ricevono da parte di Dio. È una storia sacra, si alterna tra il peccato e la Grazia. Ora Israele cade in mano ad un popolo nemico, ora Dio suscita per il suo popolo un salvatore che sia Sansone, Gedeone, Samuele, fino a giungere all’istituzione della monarchia, con l’avvento di Saul, Davide e Salomone. In questo frangente si giunge anche all’epoca dei profeti, uomini del popolo che, con prerogative specifiche e particolari, godono di un rapporto del tutto speciale con Dio e ne fanno le sue veci presso il popolo e il suo sovrano. Infine, l’epoca dei sapienti, uomini virtuosi che prima con il proprio esempio e poi con le parole, si offrono al popolo eletto quali maestri di vita e di fede, offrendo massime e direttive perché la Legge (dieci Comandamenti) e il culto siano vissuti in maniera retta ed autentica, proprio secondo il cuore di Dio. In questa prospettiva diventa un concetto chiave il “Timore di Jahvè”, che non indica la paura che l’uomo è tenuto ad avere nei confronti di Dio, ma bensì l’obbedienza, la riverenza, lo spirito di servizio. In altre parole, da questi scritti è possibile apprendere l’arte di vivere genuinamente la fede, ci è descritto lo stupendo rapporto della creatura (l’uomo) col proprio Creatore (Dio). L’AT conta un totale di 46 libri[1].

Il Nuovo Testamento solitamente lo si divide così: Vangeli e Atti degli Apostoli (o patti), Lettere Paoline, Lettere Cattoliche, Lettere Giovannee e Apocalisse. Il corpus letterario dell’NT raccoglie 27 libri. Il NT racconta della vicenda storica e terrena di Gesù Cristo, della sua Vita, Morte e Resurrezione e di ciò che ne seguì coll’avvento della Chiesa primitiva e di come il cristiano deve vivere per poter essere in Cristo grazie al dono dello Spirito Santo, figlio del Padre Celeste.

In quest’ottica entrano a far parte il discorso della kenosis cristiana, dei Sacramenti, della Grazia e della fondamentale mediazione ecclesiale.

È evidente intuire, dunque, come la Bibbia sia un insieme di libri distinti e complessi, caratterizzati dalle epoche in cui sono stati redatti e dai differenti generi e stili letterari, e per questo occorre approcciarsi ad essa con gli strumenti giusti, per evitare di cadere preda dell’errore.

Consigli utili per leggere la Bibbia

Approcci da evitare per una retta comprensione della Bibbia:

  1. La Bibbia è un libro di fede e si propone non una finalità scientifica così come oggi la intendiamo: comprendere minuziosamente l’origine e il funzionamento delle cose, ma bensì una finalità teologica-morale, ossia salvifica per la vita dell’uomo. La Bibbia, quindi, ci dice che l’origine delle cose è da ricercarsi nel Mistero di Dio. È (ASSOLUTAMENTE) scorretto approcciarsi ad essa, come ad un libro magico che contiene la risposta a tutti gli interrogativi che ci poniamo.
  1. La Chiesa insegna e ci ricorda che la Bibbia è Parola di Dio! Ma che passa e giunge a noi attraverso le parole umane, perciò stesso in diversi passi biblici è possibile scontrarsi coi limiti, le fragilità e le inesattezze proprie dell’uomo. La Bibbia è la storia dell’amore di Dio verso l’umanità, ma poiché è legata al tempo e alla cultura in cui fu scritta, è possibile riscontrare in essa delle inesattezze legate al quel tempo, a quella cultura, a quel popolo determinato, ma questo non ci vieta di affermare che in quella parola umana vi è intatta, presente e operante la Parola di Dio stesso (Cf. Gv 1.14).
  1. Per Ispirazione in senso biblico, il Cristianesimo intende che Dio si serve degli agiografi (coloro che hanno scritto i vari libri della Bibbia), non dettandogli il suo pensiero, alterando e annullando magari le loro facoltà psichiche e cognitive, ma bensì rispettandole e lasciandole intatte. Il Dio della Bibbia è il Dio dell’Incontro, della relazione, il Dio amico degli uomini. Stando a ciò, dunque, Dio si è servito di vari scrittori lungo il corso della storia sacra, ma facendogli fare un’esperienza particolare di Sé e del suo Amore. Costoro poi nel tempo, hanno compreso che bisognava fissare per iscritto tale esperienza per la fede, l’arricchimento e l’ammaestramento delle generazioni future[2].

“Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona». Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.
Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione […]. Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede” (Cf. Dei Verbum nn. 11-12).

La Rivelazione

Con il termine Rivelazione, il Cristianesimo intende indicare la gradualità e le modalità con cui il Dio della Bibbia si è rivelato all’uomo nel corso dei secoli. Due modalità possono essere considerate da sempre le vie principali attraverso cui il Dio di Gesù Cristo si è rivelato all’uomo: la natura e la Sacra Scrittura. Il Dio biblico, dunque, si è disvelato all’uomo nel corso dei secoli con una pedagogia graduale e particolare, prima attraverso i fenomeni della Creazione e successivamente attraverso la Scrittura, suscitando uomini particolari e facendo fare loro un’esperienza teofanica (apparizione della divinità che entra in contatto con l’uomo attraverso azioni prodigiose, sogni, visioni, oracoli, messi poi per iscritto). È così che Dio dischiude nel corso della storia il mistero della sua Persona, per poi giungere al culmine e alla pienezza di questa Rivelazione nella Persona di Gesù Cristo (Cf. Gv 1,18; Gal 4,4; Eb 1,1-3).

[1] Cfr. V. Scippa, Introduzione all’Antico Testamento. Dispensa – Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale Sez. S. Tommaso D’Aquino, Napoli 3 marzo 1984, pp. 19-31.

[2] Cfr. R. Fabris, Introduzione generale alla Bibbia, Eelledici 2006, pp.499-536.

Scritto da:
Giuseppe Lubrino